Giugno. Pausa pranzo.
Quel mese meraviglioso, dove il caldo esplode all’improvviso senza chiedere permesso.
Spesso è anche il mese in cui negli appartamenti, laddove ci sia bisogno di lavori di ristrutturazione, si dà fuoco alle polveri.
La loro casa, o meglio la loro casetta, era una di quelle: appartamento all’ultimo piano, terrazzo da paura, vista memorabile.
Il via vai di operai per mettere mano a lavori che avevano sempre rimandato, aveva trasformato la casa in un vero e proprio cantiere con teli ovunque per proteggere mobili e pavimenti, rendendola simile ad un labirinto delle giostre.
Lei in casa, con addosso solo una maglietta “lunga” che copriva giusto le natiche, era seduta svogliata a tavolo una gamba sulla sedia e una giù, davanti al PC, offrendo ogni tanto un caffè o un bicchiere d’acqua ai laboriosi operai che si davano un gran da fare, ma era innegabile che ogni tanto buttassero un occhio alle sue gambe nude.
Lei viveva nel suo mondo, immersa nei suoi pensieri, e ogni tanto si connetteva con il resto del mondo sembrando perennemente svampita. Quasi nessuno immaginava che i pensieri in realtà fossero ingarbugliati, intensi, profondi; a volte le avrebbe fatto bene distrarsi da quei pensieri per dare tregua alla sua vivida mente riuscendo così a rilassarsi un po’.
Si era fatta ora di pranzo senza nemmeno accorgersene e dopo i classici congedi con gli operai sapendo di rivedersi da li ad un’oretta, un bacio sul collo improvviso annunciava l’arrivo del suo “lui”, facendola sobbalzare di soprassalto.
“Daiii… Che spavento! Mi è venuta la pelle d’oca!“
Sempre attenta!
“Ti senti a tuo agio vestita così, fra tutto questo viavai? Penso che questi poveretti sudino non solo per il caldo torrido di giugno!” affermò lui con una punta di malizia.
“Ah sì? Non c’ho fatto nemmeno caso…”
Lei era esattamente così. Non era una figa da paura, non ti giravi a guardarla in una stanza piena di persone ma proprio per la sua candida ingenuità, se per caso ti capitava di notarla, difficilmente riuscivi poi a distogliere lo sguardo. Una specie di medusa moderna che ti faceva imbambolare, ti trovavi a fissarla per il suo modo di fare curioso che allo stesso tempo trasmetteva una presenza molto affascinante.
Proprio mentre la fissavi come se fosse stata Medusa a volte restavi impietrito: la sua espressione poteva cambiare da “scopami forte sul tavolo” ad “avvicinati e ti falcio”.
A volte lui era geloso degli sguardi degli altri su di lei ma non l’avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura: orgoglioso e caparbio, aveva in lei il suo punto debole. E come lo faceva incazzare lei nessuno. NESSUNO.
Arrangiata alla buona una pasta al pomodoro semplice ma spaziale, lei sembrava non aver nemmeno particolare appetito.
“Piaciuta la pasta?“
“Sì.”
“Il sugo?“
“Sì.”
“Vuoi scopare?“
“Sì.”
In modalità pilota automatico, avrebbe risposto “Sì” a qualsiasi cosa. La smosse solo la fragorosa risata di lui.
“Che c’è?“
Disse spazientita.
“Terra chiama donna, donna rispondi.“
“È che oggi sono distratta…”
“Ah sì? Non l’avevo mica capito! Mi avrebbe dato più soddisfazione la vicina di casa a mangiare questo piatto di pasta… E io che pensavo ti facesse piacere mangiare insieme in pausa pranzo!“
“Scusami ma oggi ho mille cazzi a lavoro e…”
Non le fece finire la frase. La prese in braccio con la forza staccandola letteralmente dalla sedia.
“Ehi, ehi, ehi, che fai?”
“Adesso ti faccio vedere io!”
Spostò i teli, si fece largo in mezzo a quel piccolo cantiere e la “posò a terra” in piedi, girata, vicino alla finestra. Stando in piedi dietro di lei, appoggiò il corpo contro il suo tenendole ferma la testa verso contro il vetro, con una mano si sbottonò i pantaloni per liberare il prima possibile l’erezione che era da tempo intrappolata sotto la cerniera, mentre con l’altra si fece largo sotto la maglietta fra le natiche, andando dritto fino agli slip per spostarglieli.
Ora aveva completamente la sua attenzione.
Una volta che i pantaloni scesero da soli, il suo cazzo lungo e rigido non aveva altri obiettivi: con la punta sentì il caldo della voglia di lei, la figa bagnata.
Non le diede il tempo di realizzare che era pieno giorno, né che gli operai potevano tornare da un momento all’altro. L’unico suono in casa oltre ai loro ansimi era il caffè che stava venendo su.
Lei aveva iniziato a mordere e a succhiare le dita della mano di lui, quella davanti alla bocca.
Un altro centimetro dentro di lei, un fiume in piena.
“Ficcami il cazzo fino in fondo, voglio sentirlo tutto dentro di me.”
“Voglio solo dartelo e sentire la tua bella figa bagnata e che mi gocciola sul cazzo…”
“Cazzo sì…!…”
“Sei tutta così bagnata… Mi stai colando addosso…“
“Le dita! Le dita!”
Con la mano che le teneva la testa scese esattamente dove voleva lei: le imprigionò le grandi labbra tra le dita e iniziò a farsi strada spingendo il cazzo ancora più a fondo.
La mano, il cazzo, il cazzo, la mano.
La stava facendo godere come un animale selvatico finalmente catturato, ma che ancora si dimenava e non voleva cedere al suo cacciatore. Nel mentre lui stava caricando l’arma per l’esplosione.
“Toccami. Ancora. Toccami! Non mi lasciare!”
“Sto godendo… Cazzo sto godendo!”
“Vienimi dentro, riempimi!”
E così fece. Esplosero insieme.
Urlando, non trattenendo più un solo gemito.
Furono travolti entrambi da un’ orgasmo incredibile, ancora più eccitante dato il caldo e il timore di non essere più soli. Ma nulla avrebbe fermato quel momento di piena passione.
Sentirono le gocce cadere tra le cosce fino a bagnare la plastica a terra. Il resto colava lentamente, gli umori misti di lei e lui.
Ora si trovava quasi a sorreggerla anche se nemmeno lui era così stabile sulle gambe.
Non ancora del tutto ripresi si sentirono una presenza alle spalle, ma non avrebbero mai saputo se in effetti era da soli o meno. Quello che era certo è che sui loro volti non era possibile nascondere la voglia appena vissuta uno dell altro.
“Così la prossima volta impari a non darmi retta.”
“Scemo.”
“Scema.”
Ah se fossero tutte così le pause pranzo!

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