In macchina

Fu una corsa contro il tempo: erano seduti in macchina, lui guidava più nervosamente del solito, lei aveva lo sguardo assente che vagava al di là del finestrino, senza dire una parola, mentre il piccolo fuoristrada zigzagava in mezzo al traffico, ma dovevano a tutti i costi arrivare in tempo.

Levati coglione!” urlò lui ad un pedone che attraversava – troppo – tranquillamente la strada.

Non c’erano parole quella sera, solo silenzio, ma quel silenzio urlava.

All’ennesimo semaforo rosso lo fece: sterzò bruscamente a destra e riuscì ad infilarsi in una stradina che li allontanava dal centro. Nemmeno quel gesto la scompose, continuò a guardare fuori come se nulla fosse mentre lui continuava ad imprecare e ad urlare “Fanculo tutto! Fanculo tutto!

Si fermò all’improvviso in una strada isolata lontana dal mondo e tirò con forza il freno a mano.
Lei ferma.
Ancora con lo sguardo fisso sul volante allungò una mano timidamente per alzare il volume della musica, come per far tacere ogni altro rumore. Poi quasi come gesto involontario, la allungò verso di lei che ancora rimaneva distaccata. Non sapeva cosa stava facendo, ma lo stava facendo, non era importante saperlo in effetti: succedeva e basta.

Le afferrò la cerniera del giubbotto abbassandola delicatamente e questo gesto la costrinse a distogliere lo sguardo dal finestrino e a sedersi correttamente sul sedile. Nonostante l’espressione di lei fosse ancora impassibile, le infilò la mano sotto la maglia arrivando alla coppa del reggiseno che spostò delicatamente, iniziando ad accarezzare il seno con dolcezza, quasi chiedendo permesso, per poi aumentare leggermente la forza e il ritmo, fino a che le dita non si strinsero attorno al capezzolo per pizzicarlo e giocandoci.

Il viso di lei iniziò a cambiare espressione: perse un respiro, due battiti nel tempo di uno e involontariamente fece scendere la mano verso l’interno coscia perché sentiva il bisogno di farlo, quasi come a trattenere piacere e dolore insieme. Lui si avvicinò per farle sentire il suo respiro e il suo profumo, quello di sempre, quasi a convincerla e persuaderla che non c’era altro modo.

Che si era arreso. Che la droga più potente del mondo non erano i soldi o l’eroina ma il corpo di lei, la sua voglia, la sua possessione, i suoi colori. E i suoi occhi.

Fu un attimo ed entrambi abbassarono le difese. Non c’erano più muri o barriere fisiche, nemmeno ostacoli mentali. Per un attimo le paure di due erano diventate la forza di uno. Quando lui smise di mordicchiarle l’orecchio, lei girò la testa per guardarlo e con un gesto deciso gli afferrò la mano che ancor indugiava sul seno mentre l’altra, ancora impegnata fra le cosce gliela appoggiò sulla guancia delicatamente, come una carezza, per poi fargli scivolare il dito nella bocca cosicché lui potesse sentire chiaramente il sapore del suo piacere.

Lui chiuse gli occhi per sentirlo meglio: sapeva di buono e sentì il bisogno di assaggiarne ancora, così la mano dal seno scivolò giù in un battito di ciglia.

Lei perse un altro respiro. E gemette.

La mano di lui ora era scesa molto in profondità, quasi come se dovesse afferrare il suo piacere, e il pollice sul clitoride disegnava un cerchio per fargliene provare ancora di più.
Il battito di entrambi rimbombava nell’intera auto nonostante la musica tentasse di coprire i suoni e soffocare i gemiti di entrambi.
All’improvviso la sua lingua corse come impazzita a cercare la bocca di lei che quasi la rifuggiva per non distrarsi da quel profondo e intenso piacere che le stava provocando fra le cosce. Riuscì a trovarla e il bacio fu l’incontro di due piaceri, uno dei quali stava per esplodere irreversibilmente.
Lei si lasciò andare senza riserve e gli ultimi limiti caddero.
Si abbandonò ad un piacere così intenso che il corpo di lui percepì le scosse e i brividi inarrestabili provenienti dal corpo di lei. Godette di questo momento come la cosa più perfetta, incredibile e bella al mondo, finendo per portarsi alla bocca ancora una volta quel sapore che sapeva di buono.

Lei si voltò a guardarlo.

Scomposta per il piacere appena provato sentì che aveva ancora bisogno di trattenerlo, di afferarlo. Allungò una mano verso il suo viso ma lui all’improvviso aprì la portiera e scese dalla macchina, aveva bisogno di respirare. Lei lo seguì con lo sguardo stando ancora seduta in macchina.
Protagonisti ora erano il silenzio e i fari spenti: lui si appoggiò al cofano e chiuse la testa fra le mani. Scese anche lei e lo raggiunse quasi correndo, togliendogli con uno strattone le mani dal volto per appoggiarle al suo.

Si guardarono così intensamente che fu lo sguardo a riaccendere il calore fra loro, anche se in reltà non si era affatto spento. Le mani scivolarono giù e afferrarono il cappotto stringendola ancora di più. Dio solo sapeva quanto lui tenesse a quella macchina, ma in quel momento gli venne spontaneo farlo: la sollevò e la appoggiò delicatamente sul cofano premendole la sua erezione sui pantaloni già sbottonati di lei.
Era come se cercasse sollievo, piacere, dolore… Non sapeva nemmeno più lui cosa cercare, la baciava come se dovesse mangiarsela. La tratteneva con le mani sui seni quasi avidamente, come se lottasse contro l’universo.


All’improvviso la girò, appoggiandole le mani all’auto così da costringerla a chinarsi leggermente sul cofano, con una mano le abbassò i pantaloni e con l’altra slacciò i suoi. Il tempo di spostarle la biancheria e fu un attimo che entrò dentro di lei con tutta la forza e la voglia che aveva e lei, quella forze e quella voglia, la sentì fino in fondo ed emise un urlo di intenso e puro piacere.

Sto venendo…” riuscì a sussurrarle nell’orecchio.
Lei rispose: “Non lasciarmi… Non andare via…

Esplosero in un orgasmo che li travolse, lasciandoli quasi senza respiro.

Una volta risistemati, risalirono in macchina senza dire una parola: non ce n’era bisogno, si appartanevano. Erano uno la febbre dell’altra.

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