L’altro padre

L’uragano che era solito girare imperterrito per l’ufficio era diventato più simile ad un leggero temporale estivo: breve ma intenso, addirittura piacevole quando ci si trovava sotto le lenzuola al sicuro (anche se da un momento all’altro potevano scatenarsi tuoni e fulmini da far tremare le finestre…).
A dire il vero, il suo intento era quello di fare meno rumore possibile, ma veniva sempre sgamata: difficile non accorgersi di tutto quel bordello naturale.
Era perennemente alla ricerca di qualcosa e questa volta sapeva anche di cosa: cercava un po’ di luce. Sollievo. Positività.

Ma niente.

Forse stava solo sbagliando il come perché si sentiva perennemente in… attesa. Del suo turno. Come quando prendi il biglietto e hai il numero 113. E sul tabellone lampeggia il 60.

Cazzo…

Allora fai quello che ti ha insegnato tuo padre: la furba e salti la coda.
Se ti va bene, bene, se no incorri nel classico linciamento.
Allora fai l’altra cosa che ti ha insegnato tuo padre: la faccia da culo.
Oh mi sono sbagliata!” Se…

Decise di non aspettare e di fare la furba. Ma quello che trovò fu peggio del linciamento.
Faccia a faccia con Satana.
Tutto ciò che non voleva ottenere, o peggio istigare, era lì davanti a lei.
Non faceva altro che farlo arrabbiare. L’esatto opposto di quello che voleva. Più ci provava più era peggio: la spirale negativa non faceva altro che attirare altra negatività.
Sino a correre il rischio di arrivare al… “freezing”.

Il che?
La paralisi. Quella terribile sensazione che di fronte ai problemi si reagisca rimanendo perfettamente immobili, non sentendo (e non volendo sentire) più nulla. La non-reazione”, la mia amica saggia del treno (quasi insegnate di Krav) mi aveva spiegato con pace serafica quella settimana.
E come si evita?
Respirando a fondo. Reagendo. Concentrandosi solo sulle soluzioni.

Guardando il problema dritto negli occhi senza alcun timore.
Meglio se con la faccia da culo di cui sopra.

La ricerca del positivo era una tendenza naturale che le avevano insegnato a sviluppare sin da bambina. Purtroppo la lezione di come esserlo anche quando va tutto di merda senza poterci fare nulla, l’aveva saltata. Causa varicella, probabilmente.
E si era messa in testa di cercarlo anche per gli altri. Probabilmente aveva saltato anche la lezione dove era meglio se si faceva i cazzi suoi.
A volte mi basta un sorriso per sentirmi meglio. Il positivo attira altra positività”, pensava banalmente, come i bambini. Perchè non dovrebbe essere così anche per gli altri?.
Non lo era. Non in mezzo a tutti quei pensieri. Quelli che lo portavano a non sollevare nemmeno lo sguardo dal monitor per salutarla quando usciva.
In effetti, le preoccupazioni erano tutte li, ben visibili negli occhi, sede dell’anima. E lui sapeva che era questo il motivo per cui era meglio che i loro sguardi si incrociassero sempre meno. Perché se ne sarebbe accorta prima di chiunque altro, e si sarebbe certamente messa a scassaminchia.
Meglio tardi che mai, realizzò che non avrebbe trovato li quello che cercava.

Passeggiando verso casa le venne in mente che il giorno seguente sarebbe stato il 19 marzo, la Festa del papà. Per la prima volta dopo tanti anni non sapeva se fargli gli auguri o meno. Era l’uomo che più di ogni altro l’aveva fatta ridere e piangere in egual misura.
Che cazzo hai da ridere???” gli aveva urlato in faccia giusto qualche giorno prima.
La mandava veramente in bestia quando si metteva a ridere con aria strafottente.

Possibile che ne combini sempre una?
Continuava a guardarla con quella faccia da culo impertinente come se per lui non esistessero problemi. Solo soluzioni.
Di padri ne esistevano veramente di tutti i tipi, dal padre premuroso, a quello assente, a quello che pretende il massimo che un figlio può dare o, al contrario, pretende sempre di più, senza accontentarsi mai. Padri che lascino liberi i figli di sbagliare o quelli che sanno sempre cosa è giusto per loro. Poi c’erano quelli che avevano una dote naturale nel combinare casini (ovviamente, con figli a seguito pronti sempre a risolverli).
Lui era riuscito ad essere tutto questo. Insieme.

Ma era stato lui a insegnarle a cercare sempre il positivo, a non mollare mai. In realtà, non era stato proprio lui ma… “l’Altro padre”. Definito così da suo zio il natale precedente: “Dovresti scrivere un libro su di lui e intitolarlo l’Altro padre“. Lei rise. Poi ci pensò: “Sicuramente un libro di successo. O sul cesso…”, incentrato sul padre, che era riuscito a creare mille problemi e “l’Altro padre”, che cercava in continuo di risolverli.

Non aveva ancora compiuto 30 anni che aveva già girato il mondo, imparato 4 lingue, e tirato su una fiorente attività. Una ventina d’anni più tardi aveva mandato tutto a puttane. Anzi probabilmente, erano state proprio quelle a fotterlo.
Mi dispiace ma ho troppa paura per restare. Buon Natale. Papà”. Un biglietto sul cuscino la sera della vigilia. Dopo averlo letto, (ed essersi “frizzata”), aveva fatto respiri profondi. Non disse una parola. Quella sera a cena al ristorante rischiò di strozzarsi con il riso tanto era forte il nodo alla gola. Si promise che non lo avrebbe mai più mangiato.

Due anni più tardi, lo rintracciò. Non furono tenere le sue parole: “Scegli: o me o la paura”.
Per fortuna fu l’Altro padre a decidere questa volta.

All’aeroporto, in attesa del suo arrivo, mentre si stava preparando tutte le ramanzine del mondo, alzò lo sguardo e lo vide. Lui si mise a ridere, senza strafottenza. Era una risata di sollievo. Scoppio a ridere anche lei e per un attimo tornò bambina, quando rideva solo perché rideva suo padre.
Meno male che hai studiato legge. Potresti avere solo lui come cliente…” aveva continuato imperterrito lo zio. Fra se e se si vedeva, al limite, come l’avvocato delle cause perse. Mentre suo padre, o meglio l’altro padre, aveva vinto tutte le cause giudiziarie. Non solo la sapeva più lunga degli avvocati ma aveva dalla sua l’arma più importante di tutte, ovvero la solita faccia da culo: “Chi? Io?…”, tanto da convincere il giudice.
Nel bene e nel male non esitava mai. Nemmeno a mostrare le sue debolezze.

Un giorno per caso prese disgraziatamente lei la posta. Vide accanto il suo cognome un nome diverso, di un ragazzo, che non aveva mai sentito prima.
Chi cazzo è questo?
Non è come sembra”.

In effetti non lo era. Niente legami di sangue extrafamiliari: “Tu non solo sei l’unica, sei anche l’unica figlia che sceglierei di volere fra tutti i figli del mondo”.
Come se i figli si potessero amare solo per il dna. È molto più di questo. In questo tipo di legame, non ci sono vie di mezzo: o ci si ama senza limiti o ci si odia senza regole.
A volte non è nemmeno possibile scegliere.

Tuttavia, la cosa più importante di un padre è ciò che tramanda ai figli. La vera eredità, che, se ha la fortuna di continuare per generazioni può trasformarsi in immortalità.
Lui non le aveva insegnato solo a saltare le code. E ad affrontare i problemi con la faccia da culo.

Rubinstein, Renoir, Tchaikovsky; “Portatori sani di animo” li definiva lui. Le aveva insegnato non solo ad amare la musica classica, l’arte, il balletto russo ma anche a riconoscere l’animo, o meglio, il talento, le doti innate.
I Grandi, non lo sono diventati, sono nati dotati di animo. E chi non ce l’ha, per quanto possa esercitarsi, non lo otterrà mai. Non è altro che la natura che tende (e raggiunge) la perfezione.
Tu sei nata senza doti artistiche, ma hai un altro tipo di animo, non meno importante. Quello che sa riconoscerlo. E amarlo
”.

Stava ancora passeggiando, quando all’improvviso le venne in mente dove trovarlo, il positivo. Come aveva fatto a non pensarci prima?
Su una tastiera, ovvio. Con la consapevolezza che l’avrebbe letto “almeno uno”: il “suo” lettore preferito.
E chissà… Magari un sorriso le sarebbe scappato anche a lui. Senza danni, questa volta.

Dopotutto gliel’aveva insegnato suo padre. O meglio, l’altro padre. Per ogni problema, ci sarebbe stata una soluzione. E lei avrebbe amato entrambi e sarebbero stati per sempre la peggiore delle sue debolezze e la migliore delle sue forze.

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