Avete presente quando fa un caldo davvero terrificante? Quando si fa fatica a respirare? L’unica cosa che regala un attimo di sollievo è un sorso d’acqua fresca che scende giù nella gola e va a rinfrescare le viscere. Ancora meglio quando l’acqua ha le bollicine che provocano un leggero solletico. Questa sensazione di sollievo data dall’acqua può descrivere perfettamente cosa accadde quella sera.
Il caldo di certo non riguardava la condizione climatica perché era una sera di febbraio. Anzi faceva freddo. L’inverno quell’anno era stato molto rigido, “Da gelare il culo!” l’avrebbe definito lui.
No. Il caldo arrivava dal suo corpo. Una specie di auto-combustione. E da quello di lei. Una specie di uragano alto 1,58 cm che non stava mai zitta. Mai.
“Deve essere fatto a modo mio!” sentenziò lui un giorno senza pudore.
“Cosa?”
“Tutto!”
Se qualcuno o qualcosa si fosse trovato disgraziatamente in mezzo a loro quando si incendiavano, quando discutevano, ci sarebbe rimasto secco. Fulminato. Erano energia pura, elettricità, saette. Non per niente di solito si trovavano soli. Prima a parlare, poi a discutere: “È così!”, “No, è così’!”. Ma quando si trattava di combattere per cause giuste o sbagliate che fossero, allora si trovavano lì, fianco a fianco.
Sei lei veniva spesso presa in giro per la sua altezza, lui invece si distingueva proprio per quella.
“Sicuramente da lassù vedrai le cose diverse!” aveva detto lei.
“Sicuramente vedo meglio le tette!” aveva risposto lui.
“Scemo”.
“Scema”.
Non potevano fare a meno di prendersi in giro. Come ridere… O raccontarsi. Avevano entrambi la dote naturale di far sentire a proprio agio gli altri, tanto che spesso i loro interlocutori come fiumi in piena si lasciavano andare a chiacchiere su chiacchiere.
Legame strano il loro. Quasi inspiegabile. Sì sì, volendo di spiegazioni razionali ne avrebbero trovate a bizzeffe, avrebbero trovato ancora di più motivi per non piacersi. Invece si piacevano, eccome se si piacevano.
Era calore, viscere, mente, passione simile a quella che si mette nelle cose che si amano fare.
“Ma la passione spesso conduce a soddisfare le proprie voglie…” De Andrè le aveva trovate le parole giuste. “Senza indagare se il concupito ha il cuore libero…”.
Ma lei lo sapeva. Non era libero.
“Non posso”
“Lo so, ma vuoi”
“Sì”
“Io posso, ma non voglio”
“Lo so”
Si erano promessi, o meglio si erano dati questa come regola: “Non andremo oltre”.
Bastava anche solo uno sguardo, a volte una parola o un’immagine per prendere fuoco. Per sentirsi umida lei e rigido lui. Non lo avrebbero mai ammesso ma poteva capitare che si sfioravano accidentalmente, anche se la maggior parte delle volte uno dei due lo faceva apposta; giocavano alla ricerca di un momento di piacere.
Anche se diventava sempre più difficile afferrare il tempo per… Sfiorarsi. E parlare. Erano riusciti a trovare un modo per godere uno dell’altra: lui le regalava immagini, lei storie. E poi le mescolavano. Scrivevano, inventavano, parlavano di foto, cercavano di vivere quelle storie non da protagonisti ma da osservatori. “La realtà di lei contro la fantasia di lui”.
L’illusione che questo poteva bastare era dolcissima, sapeva di buono. Fino a quando si corre il rischio che diventi una dipendenza, più salutare certamente delle classiche droghe o alcol, ma pur sempre una dipendenza che cresce e si alimenta. Potremmo definirla tranquillamente “una sbronza ormonale” la loro.
Non fu tuttavia, solo questo che li portò in quella stanza una sera di febbraio.
“Esco verso le 18…”
“Ti aspetto.”
Sarebbe stato provvidenziale un breve ripasso delle regole. Anzi, della Regola.
“Magari avrà fame…” E via a prendere qualcosa da sgranocchiare. “E se ci ripensasse? Semplice: lo uccido!”.
“Eccomi”
Era arrivato.
Saette? Calore? Voglia di strapparsi i vestiti di dosso? Per questo c’aveva già pensato lei.
Non era una gran bellezza, diciamocelo; ma al supermercato delle tette e culi venduti al chilo se l’era cavata bene. E nell’ultimo periodo soffriva di shopping compulsivo per una nota marca di mutande. Si sentiva ispirata.
“Per me niente, grazie…”. Peccato che “niente” sul menu quella sera, in quella stanza, non c’era. “Tutto”, questo sì che era presente.
Intimo, unghie e rossetto ciclamino. E gote di lui. Candido pizzo nero come gli occhi truccati e incendiati di lei. Meglio rivestirsi.
“Rivestimi. O… svestimi!”
In quella stanza dall’acceso copriletto verde scomparvero le regole: i limiti, loro stessi. Potevano essere chi volevano e avere chi volevano. E si volevano.
Lui l’aveva già vista nuda. Molto più di così. Ma stavolta era diverso.
Lui era più vestito del solito ma a lei non importava: anzi, aveva già ceduto un milione di volte al suo profumo, alla sua camicia, al suo sorriso a destra. Ma stavolta era diverso.
Era facile, naturale… Giusto.
Se prima l’inquietudine non gli aveva permesso di lasciarsi andare, adesso si era seduto sul letto, quasi per osservarla meglio. Leggere uno dei suoi testi sulla nudità di fronte allo specchio l’avevano preparato ma forse non si è mai davvero pronti quando si ha così vicino qualcosa che lentamente e visceralmente si è bramato da tempo.
Con un colpo deciso l’aveva afferrata, l’aveva fatta sedere sulle sue ginocchia.
“Se dici qualcosa ti taglio le gambe”. E lei ferma, le apriva lentamente.
Una mano le afferrò un seno che iniziò a stringere con forza. Con l’altra andò dritto al suo piacere, già pronto, di lei.
Era avvantaggiato perché sapeva che a lei facevano impazzire i sussurri sul collo e dietro l’orecchio. Inebriarla del suo profumo… Questo per lei era la droga più potente al mondo. Lei tentava inutilmente di girarsi, muoversi, cercare di baciarlo, quasi catturarlo… “Sei mio – pensava – ora e qui non puoi sfuggire”.
Sentiva la voglia di lui sotto strati e strati di tessuto: slacciare la cintura e aprire i pantaloni era tutto ciò che desiderava. Voleva vederla la sua virilità ansimante per lei. E successe. La vide. Era lì davanti, vigorosa, decisa, enorme. Quanto la loro voglia.
Lui la fece scivolare delicatamente sul letto. Ora la vedeva integralmente: i fianchi a forma di S, i seni sodi e leggermente asimmetrici, il ventre decisamente non piatto ma armonioso.
Una mano continuava imperterrita a darle piacere. Si sdraiò di fianco e iniziò a servirsi, questa volta con la bocca, dei suoi seni mordicchiandole e stuzzicandole i capezzoli.
Poteva sentirlo ad un miglio di distanza il piacere che stava provando, sempre più intenso e travolgente, come qualcosa che aspetti e aspetti e aspetti… e poi arriva. E non ti delude, ma allo stesso tempo non ti sazia. “Ancora…”
Dritto davanti a lei sempre più vicina alla sua bocca si avvicinava il centro del piacere di lui.
“Solo con la lingua…” le sussurrò.
Come quando si lecca un gelato appena comprato. Si inizia dalla punta e poi verso i lati, per non farlo colare. In quel momento accadde la cosa più bella che lei avesse mai visto. Spalancò gli occhi e lo vide. Vide lo sguardo di intenso piacere che stava provando lui, tanto da fargli socchiudere gli occhi. In quel momento non solo stava provando piacere ma era rilassato, una cosa che non gli capitava mai e che lei bramava di vedere più di ogni altra cosa.
Nudo, bello, vivo… La sua essenza.
Adesso lei capiva perfettamente cosa aveva inteso lui una volta quando le aveva detto che provava piacere quando vedeva piacere negli occhi degli altri. Questo la portò a provare il massimo piacere, sino ai tremori… Sino ai colori.
Subito dopo gli si sedette accanto. Esitò un momento, voleva ancora guardarlo, fotografarlo con la mente. Si appoggiò con la testa di lato. Lui non sapeva che era quella la posizione preferita di lei, con la testa appoggiata sulla spalla: il massimo della protezione e della sicurezza. Per poi fare scorrere giù la mano per afferrare nuovamente la sua virilità, che ancora la voleva. Da lì a poco sarebbero stati i colori anche per lui, precisamente il rosso fuoco.
Le dita di lei iniziarono a percorrere su e giù il suo petto mentre l’altra mano afferrava la sua virilità dando ritmo alla lingua, alle labbra che abbracciavano il suo desiderio. Momenti molto intensi, a volte più delicati e a volte più decisi, passaggi di lingua e risucchi fino a che il piacere di lui esplose letteralmente sulle labbra di lei. Era venuto. Muscoli contratti allo spasmo, colori nella mente, confusione e poi una sensazione di benessere incredibile.
Una volta rivestiti, ancora tremanti e nuovamente imbarazzati erano tornati ad essere loro.
“Non farlo. Non allontanarmi.”. Non sarebbe stato altrettanto facile cancellarla come la chat di WhatsApp o una macchia sulla camicia. Inoltre, non poteva allontanarla proprio ora, quando finalmente aveva trovato un modo per farla stare zitta.
“La bomba, sì, potrebbe esplodere. Questo è il mio problema”.
Ma lì, in quella stanza, successe una cosa che non si aspettava. Esplose lei.
“Guardami. GUARDAMI!”. Dritto negli occhi. Non importava in quel momento la sua altezza.
Qual era il vero problema?
“E se uno si affeziona di più dell’altro?”. Gli rimbombavano ancora in testa le parole che in diverse occasioni lui le aveva detto. Lei non l’avrebbe amato né più né meno, ma semplicemente, l’avrebbe fatto a modo suo.
Il dolore? Lei aveva la soluzione. Sapeva che l’unico modo per sconfiggerlo era attraversarlo, affrontarlo. Guardarlo dritto negli occhi. Come quando si entra in mare e l’acqua è fredda, poi all’improvviso ti arriva un’onda addosso: “Ciaf” una panciata stratosferica. E provi a urlare. “Fa un po’ meno male se urli…”.
Ma quando arriva la seconda ondata sai già che devi metterti di traverso. E l’acqua inizia a diventare meno fredda. Ti ambienti. Certo non è facile, fa un male cane e non ci si abitua mai al dolore, ma non si deve nemmeno barare o ricorrere a sotterfugi per evitarlo perché trova sempre il modo di trovarti e invece di diminuire, aumenta.
Che poi, a dirla tutta, anche la felicità può far paura a volte. Avvicinarsi all’acqua e scoprire che è calda, il mare calmo. E la voglia di nuotare diventa irresistibile.
Uno sbaglio? Il lato positivo è che si può imparare da esso. “Non esiste miglior maestro al mondo del nostro ultimo errore”. Ma loro due non erano uno sbaglio. E avevano imparato l’uno dall’altra.
I sensi di colpa? Loro vivevano di questi, per mille motivi. Eppure non erano solo i corpi, l’istinto o la passione ad unirli.
“La carne è debolissima” diceva lui. “Ho bisogno dell’attrazione mentale” ribatteva lei. Ma il vero segreto era che non c’era nessuna pretesa. Era una perdita di controllo consapevole. Sì, ovvio, la sbronza ormonale ci stava tutta ma non era questo il punto: se veramente ci fosse stata non sarebbe stata altro che la promessa di non far passare nemmeno un giorno senza che uno facesse ridere l’altro.
L’ultima cosa che avrebbe ancora aggiunto sarebbe stata questa.
Leggere, scrivere, fotografare. Essere nella storia, ma non da protagonisti… Da osservatori. La vita non si fa fregare allo stesso modo. E se fosse stato questo il vero problema lei non avrebbe avuto dubbi.
“L’unico modo che abbiamo di fermare lo scorrere del tempo e di allontanare le paure… È Amare. In modi diversi, in forme diverse, persone diverse. Possiamo amare qualcuno prendendo un caffè insieme, possiamo amare un altro ridendoci insieme, un altro ancora costruendoci una casa insieme. Non si può osservare questo, solo Viverlo”.
Sapeva di essere stata banale ma sperava, in cuor suo, di avergli dato la soluzione.
In quella stanza, con quel caldo terrificante in una sera di febbraio, il sorso d’acqua aveva raggiunto le viscere. E lui l’aveva sentito.
Sollievo.
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