In ufficio

​Sollievo. Quello che avevano trovato l’uno nell’altro non era stato semplicemente sollievo.
Da quella sera di febbraio, di bombe ne erano scoppiate parecchie, ma facevano sempre meno rumore. Non si erano conosciuti solo per quello che erano. Avevano scoperto parte di loro stessi che nemmeno sapevano di avere.
Certo, continuavano ad essere il bianco e nero. Tranne quando diventavano entrambi il blu del mare: quella sfumatura che almeno una volta da bambini ci si chiede se sia il cielo a dargli quel colore o il contrario.
“A modo suo” si era lentamente trasformato “a modo loro”. Anche la regola era cambiata: non avere regole, era quella nuova. Un po’ da paraculi forse…

Avevano riso. Fino alle lacrime. Ovviamente c’erano state anche quelle. Insieme alle discussioni. Tante discussioni.

Non c’è niente da fare. Io sono tondo e tu sei quadrata“. Gli spiegava razionalmente lui tutte le volte che lei gli faceva la fatidica domanda sullo stare insieme: “TU sei quadrato. Io fra tette e culo sono chiaramente un rettangolo. E nel gioco del tetris si incastrano perfettamente“. Gli avrebbe voluto rispondere lei istintivamente.

Lui invece le dava qualcosa di molto più prezioso: il suo tempo.

Tutto quel tempo diventava ricco di parole, a volte di passione, a volte di gesti che nemmeno lei sapeva spiegarsi: “Non so perché ma mi fa stare bene farti stare bene…“. Rispondeva lui alle insistenti domande di lei.
Ma non possiamo stare insieme…
No…

A questa domanda distoglieva lo sguardo, a differenza di altri momenti quando, anche volendo, non sarebbe riuscito a farlo: veniva rapito da quegli occhi che a volte apparivano smarriti, quasi infantili. Altre volte ben fermi, decisi, beffardi. Da rendere impossibile dirle di no.

E poi c’era quello peggiore di tutti: la delusione. Lui era decisamente una di quelle persone che viveva per non deludere gli altri. Quasi in punta di piedi per non essere mai di disturbo, ma come tutti gli esseri umani commetteva errori e lei, naturalmente, non perdeva occasione per ricordarglielo.

Era tardi quella sera. Anche se l’autunno era già iniziato da un pezzo, le temperature permettevano ancora di indossare una semplice camicetta bordeaux sopra una gonna nera longuette. Le calze velate facevano il resto. L’orario lavorativo era finito da un pezzo ed erano rimasti soli.

Sei ancora qui?” chiese lei con la solita delicatezza di un elefante nata da una confidenza ormai familiare. Lui non distolse lo sguardo dallo schermo; lo faceva sempre quando qualcosa non era andato come doveva andare. Con la stessa delicatezza di cui sopra, fece il giro della scrivania e si sedette su paio di fogli in attesa che lui finisse.
La radio in filodiffusione non era ancora stata spenta e di sottofondo lei si mise ascoltare il testo di una canzone:
Vorrei farti cento cose, ma non so da dove iniziare…
Ti vorrei viziare…
Bella che non ti va di ballare…
Ma bella che se balli le altre ti guardano male…
Che c’hai sempre qualcosa da insegnare…
Mi metti in crisi e in questo testo non ti riesco a disegnare…

Sorrise e si girò ad osservarlo. Sul viso spiccavano segni marcati  che sottolineavano la stanchezza, ma le forme del suo corpo erano come al solito fini e lineari. Tutto era al suo posto, sembrava quasi che la camicia gliel’avessero cucita addosso.

Lei si chinò leggermente in avanti facendo scorrere un dito lungo la schiena, sentendo così il tessuto sotto il suo indice, come a riprodurre un brivido. Lui non si mosse, ma lo sentì molto chiaramente, così come a chilometri di distanza avrebbe riconosciuto il suo profumo.

Aveva provato più volte a tenerla lontana cercando di sopprimere il più temibile degli istinti. Soprattutto lì: il posto che lui considerava il più inviolabile e sacro al mondo dove passava la maggior parte del suo tempo: l’ufficio.
Certo le fantasie non mancavano nelle menti di entrambi ed alimentavano l’adrenalina e l’eccitazione alla vista uno dell’altro.

Ciò che fino a quel momento era rimasto solo mentale e non  ancora consumato, avrebbe generato il desiderio sessuale e accresciuto al massimo le sensazioni corporee che, contrariamente, si sarebbero esaurite in breve tempo. Se si fosse trattato di “banale sesso” sarebbe stato facile come frequentare la palestra sotto casa: due colpi ben dati e ti senti subito meglio. Ne trai solo dei benefici, ed è pure lì, a portata di mano.

Ma fra loro sarebbe stata l’ intensità a fare la differenza. L’intensità nata dall’intesa che ogni singola parola, ogni singolo gesto, negli ultimi mesi aveva alimentato.

Per oggi basta così.

Spense il PC e si promise di non farlo. Ma fu inevitabile.
Fece correre lo sguardo dalla punta delle scarpe, lungo le calze, fin sopra la camicetta. A quel punto lo riconobbe chiaramente: lo sguardo acceso di lei, quasi di fuoco, che lo stava osservando con un’intensità tale da mettere in imbarazzo un cieco.
Era sensuale ed irresistibile. Impossibile dirle di no. Impossibile dirgli di no. Le paure non erano di certo cambiate rispetto a quella sera di febbraio. Ciò che era cambiato è che entrambi  avevano compreso quelle reciproche. Le avevano accettate.

Lei ai suoi occhi voleva apparire come la ragazza senza paure. Lui, correva il rischio di passare invece come il ragazzo delle paure. Quello che nessuno dei due aveva capito era che in fondo avevano la stessa: fidarsi. Lasciarsi andare, diventare vulnerabili, nudi. Con il timore che, mostrandosi così inermi, l’altro potesse distruggerlo in un qualsiasi momento.

Per lei quel momento di paura era la debolezza, il tremore, il sentirsi totalmente indifesa quando lui si avvicinava. Anche solo con il respiro. O con il suo profumo. Quando le sussurrava nell’orecchio le parole magiche: sempre delicate mai volgari che la accompagnavano in un altro mondo. Un mondo dove esistevano solo loro due, dove non erano uno la debolezza dell’altro ma l’esatto contrario: forza pura.

L’incastro perfetto.
Si alzò dalla sedia, Le si avvicinò e le sussurrò all’orecchio: “Apri le gambe…“. Lei obbedì chiudendo gli occhi.
Con un gesto altrettanto delicato le tirò su la gonna e le fece scivolare via le calze, dopo averle tolto le scarpe. Non si sarebbe fermato questa volta.

Lei temeva ancora di più la reazione postuma di lui perché sapeva quanto era importante quel luogo e non voleva per nulla al mondo metterlo a disagio come altre volte aveva rischiato di fare.

Iniziò a darle piccoli morsi lungo l’interno coscia, scivolando con la lingua come per aprirsi la strada fino a raggiungere il centro del suo piacere. Con una mano la sdraiò lentamente sulla scrivania. Aprì gli occhi e vide quella sfumatura di verde ormai familiare: sapeva che era quello il modo per superare la paura. Si vedeva riflessa nello sguardo di lui e questo la faceva sentire bellissima, sensuale, unica.

Lui non sapeva che era proprio quella paura a bloccarla con gli uomini. quando si avvicinavano lei li respingeva con un deciso “non posso farlo!” che non ammetteva repliche. Non poteva permettersi di mettersi così a nudo e farsi vedere debole da nessuno perché sarebbe stato quello il varco per distruggerla o, peggio, per controllarla, togliendole quello che per lei era vita: la libertà.
A lui il varco non solo era permesso oltrepassarlo ma poteva affondarci dentro la sua voglia e il suo desiderio. Aveva capito che lui non solo non le avrebbe negato quella libertà, ma l’avrebbe resa libera dalle sue paure. Era questo il motivo per cui lo cercava: lo voleva e lo desiderava come nessun altro al mondo.

Fra le sue gambe la lingua continuava senza darle tregua: sentiva i fianchi di lei che davano il ritmo giusto, le mani cercavano avidamente i seni per stringerli, quasi come per catturare tutto quel piacere per non lasciarlo andare via. Si poteva sentire, se si ascoltava bene, un flebile rumore di carta che strusciava sotto il corpo di lei. La gonna e la camicetta erano sempre più stretti sul suo corpo…

Lui invece, ancora abbottonato, sembrava trarre piacere solo da quella visione, ma tratteneva un piacere sempre più pronto ad esplodere.

Lei spalancò gli occhi. Si aggrappò con le ultime forze alla sua mano e si mise seduta. Il suo sguardo non lasciava spazio a dubbi: voleva sentirlo in se, vedere il suo corpo. Voleva che si spogliasse di quella difesa perché si rendesse conto che non era la nudità a far paura, il suo corpo non aveva nessun problema e appariva perfetto agli occhi di lei.

Riuscì a slacciargli la cintura, quell’oggetto che per moltissime volte aveva rappresentato un ostacolo. Lo fece passare dall’altra parte della scrivania e si sdraiò nuovamente aprendo la bocca per far provare a lui un piacere diverso, ancora più intenso, fino alla gola, mentre lei iniziava a masturbarsi sdraiata sulla scrivania per permettere a lui di godere non solo grazie ai brividi che correvano sulla pelle ma anche grazie a ciò che aveva davanti agli occhi.

Mentre la osservava sfiorarsi con sempre maggiore intensità sia i seni che la sua voglia, sentiva la bocca umida e calda che scivolava lungo il centro del suo piacere. La lingua batteva sulla punta in modo delicato ma intensificando il piacere a dismisura.

Lui la fermò: quello era il suo momento di paura. La stessa di lei. Di perdere, o peggio, cedere il controllo. Di lasciarsi andare in quello che era il tutto il suo mondo.
Non posso farlo. Sto bene cosi…
Lei si fermò senza dire nulla. Non fece nessuna domanda. Si tirò su e scese dalla scrivania. Lo raggiunse, lo prese per mano e gli sussurrò all’orecchio: “Non avere paura…
Lo fece sedere su una sedia e sistemò meglio la gonna. Gli abbassò boxer e pantaloni mettendosi a cavalcioni su di lui. “Chiudi gli occhi…

Iniziarono a prendere il ritmo in modo naturale, erano perfettamente incastrati.  Entrambi sentivano il piacere crescere: l’avrebbero liberato poco alla volta tramite gemiti sempre più intensi, tanto da raggiungere quello stadio che lei avrebbe definito “in connessione con l’intero universo”.

In quel momento non erano rimaste tracce di alcuna paura: nemmeno quella di lei di non essere amata. Nemmeno quella di lui di amarla. Prima di raggiungere insieme l’apice si scambiarono un ultimo sguardo con la consapevolezza di essere diventati indistruttibili. Insieme. Lui smise di tremare. Il luogo più sicuro al mondo, per un attimo che gli sembrò eterno, lo trovò dentro di lei.

Quando tutto tornò alla normalità, mentre si rivestivano, gli tornarono in mente le parole di lei di alcuni mesi prima: “L’unico modo che abbiamo di fermare lo scorrere del tempo e di allontanare le paure è… Amare. In modi diversi, in forme diverse, persone diverse“. Diverso
Quel tipo di amore era diventato “diverso”, come l’avrebbe definito lui. “Migliore” come avrebbe preferito chiamarlo lei.

Immagine di copertina tratta da In ufficio.

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