Un pomeriggio di lenti e desideri

Dai, sono già le quattro!
Solo le quattro!
Sai che poi chiudono!
Arrivo, arrivo.

Era il loro pomeriggio settimanale, un rituale prezioso in cui si ritagliavano tempo per stare insieme. Non era cosa da poco: quante coppie conviventi si ritrovano solo a sera, esauste, per poi litigare al venerdì davanti al vuoto di un weekend fatto di “cosa facciamo, dimmi tu, no, decidi tu”? Per loro, invece, il tempo restava una conquista, una lotta tra impegni, lavoro e routine quotidiana.

All’inizio, ogni coppia si vanta della qualità del tempo insieme, anche se breve. Ma poi, spesso, ci si adagia sulla quantità dimenticando cosa significhi davvero condividere momenti significativi. Pochi arrivano al traguardo di un equilibrio perfetto tra qualità e quantità.

Ma questo non è solo un racconto sul tempo. È un racconto di sesso, di desiderio, di famiglia, di amore. E di lenti. Lenti per vedere meglio, s’intende. Parole importanti, intrecciate in una danza che rende questa storia unica, densa di passione e curiosità.

Arrivati alla porta del privè che ospitava la Spa, la solita pantomima: “Ho preso tutto? Chiavi, ciabatte, soldi… testa?” Tra saluti familiari a volti noti, entrarono, spinti dalla voglia di calore: l’acqua bollente delle vasche, l’aria densa della sauna, la vista di corpi nudi. Via i vestiti, fuori il freddo, dentro il caldo. Un caldo quasi insopportabile, non per l’assenza di abiti, ma per la temperatura delle vasche, al confine dello svenimento.

Eppure, la vasca si popolava. Alcuni sembravano animali da circo, altri teatranti di uno spettacolo improvvisato, altri ancora anime alla ricerca di qualcosa: visibilità, desiderio, esibizionismo. Loro, come tutti, erano lì per mostrarsi e osservare, per nutrire una curiosità vorace, sempre affamata di attenzioni. Una curiosità senza giudizio, anche se il giudizio, si sa, è il figlio naturale della curiosità. Un sano giudizio, però, aiuta a esplorare i propri limiti, a interrogarsi su ciò che si nasconde dentro, più che a puntare il dito sugli altri.

Alle cinque in punto, come un orologio, lei arrivò. Una donna dalle grandi… potenzialità: dialettica, sensualità, intelligenza. Tutti la conoscevano come l’esibizionista, la “grande troia”, come lei stessa si definiva con orgoglio. Non puttana, sia chiaro. La protagonista di un racconto erotico dal vivo. Una Bocca di Rosa moderna che “c’è chi l’amore lo fa per noia, chi se lo sceglie per professione, Bocca di Rosa né l’uno né l’altro, lei lo faceva per passione”.

I suoi amanti, sempre diversi, la guardavano con occhi pieni di un amore fugace, come se per quel pomeriggio fossero davvero innamorati. E come biasimarli? Lei si concedeva senza freni: bocca, culo, fica, tette, e poi di nuovo da capo. Bastava che fossero decenti, senza bave da mastini affamati. Le bave, in verità, erano le sue: una fontana di piacere, soprattutto d’estate, quando sul bordo della piscina esterna il suo “dono” zampillava sotto gli occhi di tutti. La sua vera eccitazione nasceva dall’essere guardata: le donne la giudicavano, gli uomini la desideravano, e questo le bastava per trasformarsi in una creatura selvaggia, da circo. La regina dello squirt.

Loro l’avevano osservata, giudicata, ma mai conosciuta di persona. Ultimamente, però, la Spa era meno frequentata: poche coppie, pochi curiosi, pochi clienti. Entrarono in vasca per rilassarsi, sfidando il freddo autunnale, ma anche per scambiare parole, idee, discorsi con una naturalezza che riuscivano ad avere in pochi altri luoghi e in pochi altri momenti. A volte erano in quattro, a volte in tre, altre volte solo loro due, non si trattava mai solo effluvi corporei e nudità, ma di conversazioni vive, quasi platoniche, in un luogo che di platonico aveva ben poco.

Curiosi come scimmie, avevano mille domande da farle su quella sua sessualità libera, sulla sfrontatezza, sull’amore, sul sesso, sulla famiglia. Il sesso, d’altronde, si nutre di parole, di sguardi, di tocchi, di immaginazione, di un racconto erotico. Non può tralasciare nulla. Il sesso da palestra, quello meccanico, è valido, ma dopo un po’ annoia, come un porno ripetitivo. Serve una trama, un contesto, non un frettoloso “…piacere… togliti le mutande… fatto, grazie e arrivederci”.

La vita è così: alzarsi, lavarsi, lavorare per vent’anni nello stesso ufficio. Può essere sicuro, ma non è vivere. Vivere è respirare, fare l’amore quando si vuole, piacersi, masturbarsi, amare senza misura, cambiare lavoro, mangiare troppo e poi rimettersi in riga. E farlo da soli? Una noia mortale. L’amore è scambio, soprattutto in un locale scambista. Scambiare tutto: essenza, desideri, lenti. Amare è venirsi incontro, non a caso “venire” è sinonimo di orgasmo, quello vero, non solo ginnastica.

Tra i vapori caldi, quella donna spregiudicata parlava dei suoi amanti, dei loro corpi, del piacere che le dava essere al centro dell’attenzione. Ma raccontava anche della sua vita: sposata con un uomo conosciuto appena maggiorenne in un circolo BDSM, più grande di lei, che viveva con altre due donne. Non un triangolo, ma un quadrato. Lui voleva figli, scelse lei, ma entrambi furono chiari: non avrebbero cambiato la loro natura per l’altro.

Questo era il loro segreto. Non si cambia per compiacere, ma si evolve insieme, nella stessa direzione. Dopo vent’anni, il loro equilibrio era un successo raro.

Le due “scimmie” in vasca si nutrivano di quei discorsi, come se fossero carezze ai lobi del cervello. Il 99% delle persone avrebbe gridato allo scandalo, immaginando famiglie perfette a cena con il telegiornale a fare compagnia o, nella maggior parte dei casi, a coprire il silenzio di chi non ha più nulla da dirsi.

Quelle belle famiglie sedute a tavola che alzano proprio il volume del tiggì perché quel momento che sembra dilatarsi nello spazio-tempo venga occupato così da evitare il disagio del “non sappiamo cosa dirci“, quando in realtà sarebbe quasi meglio poter raccontare alla dolce metà che il pomeriggio invece di averlo passato in giro per lavoro era trascorso in un locale scambista per buttarlo a quella troia con 3 figli che urla come una porca in una vasca di acqua troppo calda mentre gli altri li guardano masturbandosi.

È un attimo che la famiglia diventa così sinonimo di quel posto dove “almeno non sto da solo” a quel posto dove “cazzo stavo meglio da solo!“. Ma quelle parole, apparentemente assurde, non erano scandalose: erano spunti per riflettere, per cambiare lenti, per osservare la vita con occhi nuovi.

Invece riflettendo bene su quelle parole, su quei racconti di vita apparentemente assurdi, non c’era nulla di così scandaloso ma anzi spunti su cui riflettere. 

Avere una mente aperta significa indossare lenti diverse davanti a ogni realtà. Vedere due persone fare l’amore da vicino fa cadere le lenti del giudizio, della curiosità morbosa, e lascia spazio a quelle dell’eccitazione. La vera sfida è trovare qualcuno con cui scambiare queste lenti, qualcuno con cui lasciarsi andare, fino a godere della condivisione più alta. Qualcuno lo chiama fare l’amore, non solo scopare.

Alle 18:45, richiamata dai doveri familiari, lei li salutò, felice di aver condiviso qualcosa oltre i suoi gemiti. Ma quel pomeriggio, prima di andare, le due “scimmie” non si accorsero subito di una coppia giovane ed attraente entrata in vasca quasi in sordina. Senza farsi notare, i due sconosciuti si avvicinarono e iniziarono a baciarsi con un’intensità che accese l’aria.

Vietato fare sesso in acqua” recitava un cartello sopra la vasca. Come no.

Seguendo l’esempio della coppia di sconosciuti anche loro si ritrovarono avvinghiati, lei a cavalcioni di lui, come se i discorsi e le scene avessero acceso una scintilla. Entrambi indossavano le stesse lenti dell’eccitazione. Lei allungò una mano, sfiorando le braccia della sconosciuta accanto con un gesto che sembrava una carezza: aveva un seno perfetto, una coppa di champagne, il capezzolo roseo piccolo ed eccitante. Impossibile non toccarla.

Quando si accorse di quei tocchi, lui la sistemò meglio a cavalcioni lasciando che la sua voglia la penetrasse fino a farle quasi male. Le sue mani cercavano i seni che affioravano dall’acqua, mentre la donna accanto iniziava a fare lo stesso. Era una danza, un gioco senza vincitori, solo piacere crescente, corpi che si intrecciavano, mani che esploravano, desideri che si mescolavano.

Il ragazzo della coppia sconosciuta gemeva sempre più forte, travolto dal godimento. Avrebbero scambiato i partner? Non si sa, ma in quel momento ciascuno era così immerso nella propria metà che nulla sembrava importare oltre.

Le onde nell’acqua sussurravano tra le due donne: “Baciala… accarezzala… toccala…” Erano naturali, non solo nei movimenti, ma nell’aspetto, coinvolte dai loro compagni eppure distratte l’una dall’altra. Sguardi complici e lenti condivise fecero il resto. L’eccitazione saliva, inarrestabile.

Due coppie giovani in una vasca, dove le donne si toccavano a vicenda e si baciavano non solo per eccitare gli uomini, ma per nutrire il loro stesso erotismo, un’intensità mai provata prima. Altre persone si avvicinarono, osservando senza disturbare quello spettacolo ad alta gradazione erotica. Nessuno poteva più resistere: uno sguardo, un’intesa silenziosa, e si spostarono nella zona privé.

Le stanze offrirono intimità e complicità. Ripresero da dove avevano lasciato: le ragazze sedute sui loro partner, cavalcando le loro erezioni, accarezzandosi seni e schiena, sfiorandosi con baci prima leggeri poi intensi e profondi. Le mani scivolavano fino a toccare il sesso dell’altra, quasi partecipando al piacere dei compagni. Non ci fu uno scambio vero e proprio, ma un’esplorazione reciproca, senza paure. I ragazzi accarezzavano entrambe le ragazze, offrendo una visione indimenticabile a chi, dall’esterno, poteva solo guardare.

Odori, fantasie, baci profondi – reali e immaginati – portarono le coppie a vivere un orgasmo quasi sincronizzato. Le “scosse” del piacere si dissolsero in risate e rilassamento, ancora vicini, ancora intrecciati. Ancora sconosciuti.


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